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Auto a guida autonoma, per Volkswagen una storia lunga 30 anni

  • September 04, 2018
  • admin

Già trent’anni fa, una Volkswagen Golf II era in grado di sterzare autonomamente. Le visioni sulla mobilità del futuro sapevano essere ardite negli anni ’70, quando i computer potenti come i nostri portatili odierni erano grandi quanto un mobile da salotto.
Eppure all’epoca Volkswagen aveva già iniziato a ripensare la mobilità dalla base, per esempio partecipando al progetto di ricerca europeo PROMETHEUS che venne lanciato nel 1986. Oltre a costruttori automobilistici e fornitori, l’iniziativa coinvolse centri di ricerca come l’Istituto Fraunhofer (IITB), specializzato in elaborazione di informazioni e dati, e l’Università delle Forze Armate Federali Tedesche di Monaco.

In quegli anni, dotazioni oggi presenti da anni sulle automobili della Volkswagen – come il cruise control adattivo ACC, l’assistente al mantenimento di corsia Lane Assist e il sistema di monitoraggio della distanza Front Assist – erano ancora delle chimere.

Guidata da Walter Zimdahl, una squadra del Dipartimento di Ricerca creato nel 1970 aprì la strada verso la guida autonoma con un progetto di studio sulla “sterzata automatica con visione computerizzata” (come fu chiamato ufficialmente).

L’idea venne a Zimdahl quando nel 1982 “più o meno per caso”, come racconta lui stesso, entrò in possesso di una telecamera televisiva portatile. Utilizzarla come sostituta dell’occhio umano e collegarla a un sistema di sterzo elettrico fu l’approccio rivoluzionario.

“La valutazione dell’immagine era in linea di massima piuttosto semplice”, ricorda il pioniere dell’elettronica. “Si concentrava sul contrasto tra la segnaletica orizzontale e la superficie stradale, che veniva rilevato dalla telecamera e quindi convertito dal processore in segnali di controllo dello sterzo”. In questo modo “i microprocessori sono stati utilizzati per sviluppare dispositivi di calcolo rapido in grado di far procedere autonomamente un veicolo su una strada a doppia carreggiata con normale segnaletica”, come Zimdahl spiegò in una fondamentale relazione sull’OPTOPILOT che tenne alla conferenza della VDI intitolata “L’elettronica sui veicoli a motore” del 1986.

L’idea di fondo era “imitare le principali funzioni umane e sterzare attraverso strumenti tecnici”. A fare da occhio era la telecamera compatta CCD collocata all’altezza del retrovisore centrale. “Questa telecamera era grande circa come una custodia per occhiali e, grazie a una lente grandangolare, monitorava una zona compresa tra 4 e 25 metri di fronte al veicolo”.

Ma come si insegna a un’automobile a “pensare” e sterzare, oltre che a vedere? Sistemi elettromeccanici di sterzo sarebbero stati utili. “Ma a quel tempo non erano ancora disponibili”, dice Zimdahl. “Quindi abbiamo installato un motore elettrico parallelo alla colonna dello sterzo e lo abbiamo collegato direttamente allo sterzo utilizzando un riduttore”.

Funzionò bene fin da subito. “Ovviamente, c’era sempre qualcuno al posto di guida con le mani poggiate sulle gambe, pronto a intervenire in caso di emergenza”, spiega Zimdahl. Tuttavia non fu necessario, neppure nel corso dei primi tentativi che si svolsero sulla pista di prova della Volkswagen, come parte di una ricerca accademica condotta da due studenti della Università Tecnica di Braunschweig. “Grazie a questo sistema, riuscimmo a guidare con lo sterzo automatico fino a una velocità di 100 km/h”.

Nonostante i decenni di silenzio pubblico trascorsi tra questi prototipi, la ricerca sulla guida autonoma è proseguita dietro le quinte. Le scoperte del passato sono oggi i fondamenti per la guida totalmente autonoma di Livello 5. Per questo, i prototipi del Gruppo Volkswagen come la SEDRIC (abbreviazione di SElf-DRIving Car, appunto) non sono fantascienza ma visioni tangibili e realistiche di un futuro in cui le vetture a guida autonoma saranno parte della vita quotidiana.

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